Bevilacqua, il racconto e l'anima delle cose

12/01/2004
Da: Stile Arte
 
di Vittorio Sgarbi


Cinzia Bevilacqua proviene da quella stessa tradizione ottocentesca a cui si erano già riferiti gli artisti degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, che non avevano accettato la tempesta futurista tentando in ogni modo di preservare la qualità della pittura di tradizione. Come quegli altri suoi colleghi coraggiosi e generosi, questa pittrice di indubbia classe ci parla ancora una volta dell'importanza della figura o della natura morta. Quanto mai vive e immesse in un alone di malinconia, queste opere considerano le cose e le persone ritratte come qualcosa di oggettivo, ma contemporaneamente segnate da un senso inquieto di non appartenenza al quotidiano. Quando lavora sulla figura umana Bevilacqua sembra voler operare alla cattura non solo dell'umanità ma anche dell'anima del soggetto rappresentato, tendendo a dare un senso tutt'altro che impressionistico alla sua ricerca, e costruendo una sorta di visione psicologica e rivelatrice. La sua espressività crea inoltre spazi di contorno non prospettici, che agiscono come una partitura parallela e con una funzione di contrappunto musicale. Sentendo la necessità di accedere al valori formali della raffigurazione, l'artista gioca su una definizione solida dei tratti della persona, in una sintesi di totale esemplificazione. Il suo linguaggio espressivo si realizza dunque in una definizione aneddotica e semplificante, per non lasciare spazio al dubbio e all'allusione e, soprattutto nelle nature morte, sottolinea l'importanza della sua visione attraverso un tratto eloquente ed essenzialmente rappresentativo. Le sue raffigurazioni si pongono al di là del sentimento, estraendo la loro stessa bellezza da una visualizzazione oggettiva e solidamente plastica. La materia pittorica si avvale delle ragioni di un soffio creativo, che si realizza nel vigore delle campiture e nella fusione delle velature. Scandendo con forza ogni tema, Bevilacqua mette in atto, grazie all'esercizio consapevole delle sue potenzialità pittoriche e segniche, situazioni diverse e, per ognuna di esse, le soluzioni narrative che rispondono ai requisiti che lei ha prefissato. Nelle sue tele si ritrova il motivo dominante della ritrattistica famigliare; qui la qualità affettiva dell'intenzione si misura con l'oggettività della realizzazione, dove la soluzione delle difficoltà tecniche non subisce i compromessi che potrebbero essere imposti delle istanze del cuore. Del resto, nelle nature morte, l'autrice affronta con altrettanto ardore la concettualità dell'ambientazione, tendendo a solidificare gli oggetti in modalità persino metafisiche, occupando plasticamente lo spazio che li circonda e da cui traggono la loro ragione di vita. Questa pittrice vive la sua stagione pittorica calandosi nell'immanenza delle cose e delle persone che fanno parte del suo mondo, riconoscendone la centralità, accogliendole nella loro concretezza, riportandone intatta l'essenza significativa. Seguendo la tradizione dei maestri che l’hanno preceduta, questa artista è una narratrice di situazioni dove la qualità tonale definisce la percezione del visibile. L'espansione di una luminosità trattenuta accorcia le distanze psicologiche fra la rappresentazione e l'osservatore, evitando le interrogazioni di sapore esistenziale. La rivelazione costruttiva del colore crea nodi indissolubili con la definizione geometrica delle forme, in una sorta di sodalizio rappresentativo che rende attendibili sia la figura, che lo spazio in cui va a inserirsi. Nel loro impatto visivo, infine, le opere di Bevilacqua si impongono con l'autorevolezza di una lezione di stile.
(dal volume ''Le scelte di Sgarbi'', Ed. Giorgio Mondadori)