Daniela Gregorelli 1007714 "Cinzia Bevilacqua"

29/12/2013
Da: Corso di Analisi dei Movimenti Artistici Professor Puglisi Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm


L’opera

Vittorio Sgarbi ha individuato in Cinzia Bevilacqua quelle caratteristiche che contraddistinguono il "pittore" in colui che "possiede un determinato mestiere...qualcosa di perfettamente individuabile"2, figura che chiunque può riconoscere, e che Cinzia ha il merito di aver perseguito, trovando la strada, personale e intima, che porta all’arte, quella che ci fa dire "io non potrei essere capace di tanto"3, afferma il critico.

2 E continua: "Ma siamo sicuri che questa nostra epoca abbia bisogno di artisti piuttosto che di abilissimi artigiani? Artisti si nasce...Pittori veri, invece, si diventa, con la fatica, con l’applicazione, con l’umiltà di chi si mette a copiare i grandi capolavori, sottomettendo il proprio desiderio di creare". V. SGARBI, Cinzia Bevilacqua in Ritratti di natura di Cinzia Bevilacqua, Intese Grafiche srl, Brescia 2003, p. 6-7.

3 Ibidem.

4 In particolare ha eseguito quattro vetrate sulla vita di Maria per la chiesa della Madonna del Rosario di Villa Carcina e la vetrata con la crocefissione per la chiesa di Valle a Lumezzane; un ciclo di grandi tele eseguite dal 2004 al 2007 per alcune chiese in Kenya (Nairobi e Cangeta) -Crocifissione, L’ultima cena, la Resurrezione, la Madonna della Consolata- e infine alcuni ritratti ecclesiastici.

5 Cinzia ha eseguito le copie del Crocifisso di Cimabue, del Figliol Prodigo di Rembrandt, della Sacra Famiglia del Pontormo per la Chiesa dei SS. Emiliano e Tirso di Villa Carcina.

6 MAURO CORRADINI, Ora Cinzia Bevilacqua si misura con Fusari, in Brescia Oggi, 2008.

7 Il pittore Pietro Annigoni nasce a Milano nel 1910, la sua fama è legata soprattutto alla sua attività di ritrattista, ma si dedicò anche alla pittura a sfondo religioso e all’incisione. Sempre estraneo a movimenti e correnti, nel 1947 firma il Manifesto dei "Pittori Moderni della Realtà", in contrapposizione alle tendenze informali e astrattiste. Dalla metà del secolo fu attivo specialmente in Inghilterra (nel 1955 esegue il noto Ritratto della Regina Elisabetta II). Impegnato nelle ricerche sulla tecnica e in equilibrio tra modernità e tradizione, i suoi ritratti e autoritratti si ispirano alla pittura antica e mirano alla verosimiglianza: "La decisione di mantenersi fedele alla propria scelta giovanile, di prediligere cioè un confronto diretto ed eloquente col Vero, fondato su una percezione fortemente interiorizzata e complessa del ruolo dell’artista, costringe infatti l’artista sempre più fuori dai circuiti ufficiali, alla cui nuova ma non meno esclusiva stretta ideologica ancora una volta egli sfugge". Muore a Firenze nel 1988. Nel 2008 è stato inaugurato nella stessa città il museo monografico a lui dedicato. Tratto dal sito del Museo Annigoni www.museoannigoni.it.

A caratterizzare l’espressione pittorica di Bevilacqua sono da una parte la formazione avvenuta in ambito fiorentino, e dall’altra, parallelamente e poi nel corso degli anni, lo sguardo sempre rivolto pittoricamente alla tradizione. Prediligendo tecnicamente la pittura ad olio su tela, spazia dai lavori per la committenza ecclesiastica4, alla natura morta e alla ritrattistica.

Tesa allo studio delle tecniche del passato come ad un sapere obbligatorio, e alla copia di capolavori dei grandi pittori della storia dell’arte italiana5, "in quell’universo che accetta la modernità solo se non contraddice la misura e il rigore della tradizione"6, Cinzia ha tra i suoi mentori il pittore Annigoni7, di cui ha frequentato l’atelier fiorentino. 5

Giuseppe Fusari la definisce "una pittrice figurativa"8 e non realista, in quanto dà vita a dipinti che si ispirano al Vero sì, ma cercando una trasfigurazione pittorica della realtà, non una riduzione, quanto piuttosto una seconda vita, che nasce dalla propria interpretazione di ciò che osserva, predisposto però già alla tela.

8 G. FUSARI, La trasparenza ideale delle cose: ritratti di natura, in Ritratti di Natura …, 2003, p. 8.

Nei suoi dipinti è il colore che costruisce, che plastifica (nel senso che conferisce la forma plastica) e definisce finalmente le forme. Un colore che si fa ora denso ora velato, qui frammentato e impreciso, là definito.

Credo sia corretto parlare di poesia, quando una narrazione pittorica ti introduce alla bellezza senza pretese della consistenza del quotidiano.

C’è qualcosa di umile, come pacato, nelle sue nature morte, e c’è sempre una ricerca senza troppi sforzi di un’armonia di forma, colore e luce.

La luce ha a che fare con le ombre, con gli spessori fini delle cose, con i contrasti mai troppo accesi, con il giorno. È una luce non invadente, ma che, umilmente va a trovare gli oggetti, li tocca e gli dà corpo. A volte sono delle pennellate bluastre, come suggerite da una lampada al neon nella resa notturna, artificiale o lunare, più riflessiva. Parlando con Cinzia, di fronte ad uno dei suoi pavimenti sospesi in aria, mi spiega che gli accostamenti di più tonalità sulle superfici piane (non piatte), provengono dalla sua volontà di adesione al visibile, in quegli sfondi che vibrano di più cromie sempre delicate, che muovono all’apparenza ciò che è immobile. Perché la realtà non è mai tinta unita, mi viene spiegato dalla pittrice, mai monocolore, e ogni tonalità ne contiene molte altre, che possono come esaltarsi a vicenda. Una cromia del reale intimamente percepita, e appresa nella continua ricerca della resa non esatta, quanto fedele alle sue percezioni. Ed è sempre la luce a portare in giro per la tela dei riverberi leggeri, a rivestire l’intera superficie dello stesso umore. Sì, perché si sente uno stato d’animo che è quello della pittrice, quando si osservano le sue opere. Ama ciò che fa, e ne trae gioia. Questa gioia vien fuori dalle tele come una fragranza, e in parte lo si deve alle scelte luminose e ai colori sgargianti, piacevoli (Fig. 2); agli arancioni felici, ai verdi chiari e allegri, ai gialli solari; a volte ci sono dei grigi 6

malinconici, ma mai davvero desolati, soli. Emerge la dedizione al costante esercizio formale e alla dolcezza di un tratto delicato. Anche nelle ombre, nelle zone buie, non c’è mai ragione di trovarvi inquietudine o malessere. Ma il piacere del creare, dar vita a una visione ogni volta nuova e personale di oggetti già visti ma mai amati tanto come nel conferirgli un’esistenza nuova sulla tela.

C’è una specie di equilibrio a cui Cinzia predispone i suoi soggetti, interno e coerente solo alla costruzione spaziale delle sue opere. Le si osserva e non si percepisce vertigine; esiste una specie di sospensione istantanea nella mancanza di pavimentazione o di oggetti statici a cui aggrappare lo sguardo, eppure ci si appaga subito nella verità della loro consistenza, palpabile e sincera. La composizione a volte è perfetta, nel rapporto tra i pieni e i vuoti, come le pause nelle sinfonie; e non mi permetterei mai di levare una pesca o scostare un limone.

I suoi soggetti, corpi umani o frutti, medicine o libri, hanno sempre un contorno, come a volerne marcare l’esistenza o come a sancire una distanza netta tra essi e il resto della tela. A volte, certe mele o uova o grani d’uva, mi rimandano l’impressione di essere stati ritagliati altrove e incollati lì, su uno sfondo che pare una pausa dalla realtà, ma dove vanno a trovarvi la loro disposizione più congeniale, un’esigenza di messa in evidenza, o di luogo pittorico ideale. Il senso della tela diviene allora l’incontro tra la posa determinata del soggetto e la cornice, la quale conferisce uno spazio concluso dove far vivere le forme.

Osservare una tela con delle mele sospese (Fig. 4) o una manciata di ciliegie sparse su un pavimento che potrebbe galleggiare sul nulla (Fig. 1), oppure medicinali in disordine sul tavolo di nessuno, fa rapportare colui che osserva con una peculiare dimensione temporale: sospesi, in un silenzio senza angoscia, che si fa pausa, non ci si aggrappa a nulla e non si sta in attesa. Si interrompe uno sguardo posato prima altrove fuori dalla tela e ci si trova immersi nella gioia dei colori dei frutti o al cospetto di estranei di cui si riconosce l’esistenza. 7

Cinzia sa raccontare dipingendo. Narra la vita banale di oggetti comuni, rimandandocene però una storia personale, a lei solo nota, che nasce nella presa in considerazione di ciò che la circonda come soggetto degno della sua indagine pittorica.

La sintesi a cui mira, gestendo senza timore il non finito e il rapido accenno, nello stesso dipinto in cui indugia al dettaglio perfetto, permettono ai suoi dipinti di lasciarci narrare una storia diversa da quella che pensiamo di conoscere già, della quale possiamo stare ad ammirare le variazioni di luce e colore. E quando la pennellata si fa rapida e gestuale, non si perde mai di vista la cura affettuosa che conferisce alle sue tele una gioia evidente, quel "tocco che entra nelle cose senza disturbarle."9

9 G. FUSARI, La forma del colore, mostra a cura di A. P. Baldi, Palazzo Avogadro Sarezzo 6-8 novembre 2010, p. 5.