"fiftyfifty"

24/08/2013
Da: fiftyfifty

 

Di: Giuseppe Fusari

 Caratteristica della Pittura di Cinzia Bevilacqua è la profonda psicologia ottenuta attraverso un uso calibrato della verosimiglianza. Tutto quello che serve. Come al solito la sua attenzione al vero non è fotografica; i particolari sono scelti con cura per arrivare alla concentrazione massima sul soggetto, per far emergere gli elementi essenziali non tanto al riconoscimento della figura ma ala sua comprensione nel profondo. La somiglianza, l'acuta somiglianza dei suoi ritratti, il modo non indifferente di creare un'armonia interna al dipinto così che gli elementi caratterizzanti possano subito essere individuati.

E non sempre l'elemento essenziale è il viso o lo sguardo; talvolta è decentrato in un gesto, nel particolare modo di trattare il fondo, nell'apparente trascuratezza con la quale la figura risulta eccentrica rispetto alla tavola. E' questo bilanciamento interno, naturale per la pittrice, che le evita l'enfasi e la rigidità l'impaginazione così sobria costringe a un uso sapiente dei particolari e degli accessori e non permette di indulgere su qualcosa di troppo che potrebbe mettere in evidenza il compiacimento per la propria abilità o lasciar scoperte ricercatezze messe a bella posta per stupire. Questa essenzialità del tratto che si traduce in un senso della composizione ferrea e ordinata a suo interno ha come risvolto tecnico l'estrema mobilità della pennellata: una pittura di tocco, veloce, compendiaria che si ricompone solo a distanza e che permette un risultato di estrema morbidezza, che esalta la mobilità delle luci e la trasparenza della squillante gamma cromatica.

Come per le nature morte, la pittura di ritratto di Cinzia Bevilacqua riesce a evidenziare il dato più naturale come elemento comunicativo e a renderlo il fulcro della rappresentazione. Il progressivo andare all'essenza che la pittura della Bevilacqua ha sperimentato in questi ultimi anni, è la prova di un sempre più acuto desiderio di scavare all'interno della raffigurazione per estrarre quegli elementi (e quelli solo) che rendono irripetibile il fenomeno che appare sulla tela. Si rende più acuto, in questo modo, il bisogno dell'artista di mettere a fuoco il carattere della figura trattata, di esprimerlo dando al solo mezzo figurativo il compito di raccontare il paesaggio interiore, di costruire il percorso attraverso il quale il ritratto smette di essere solo raffigurazione e diventa rappresentazione, ossia narrazione progressiva, teatro della vita, quasi viatico per una conoscenza ulteriore.

Parole queste - anche solo scritte ora - sembrano in contrasto con la pittura così volutamente semplice e piana. Eppure quando ci si domanda perché i ritratti di Cinzia Bevilacqua siano così interessanti, non si può rispondere solamente indicando nella somiglianza il loro tratto peculiare. E' piuttosto l'abilità dell'artista che cela sotto falsa semplicità uno studio del soggetto che lo libera del semplice dato fotografico, che lo immerge (o reimmerge) nel flusso del suo esistere. Così anche i ritratti nei quali il taglio fotografico è assunto come caratteristica compositiva, si avviano su questa strada di ricerca dell'interiorità che rimane comunque sotto la pelle e - come tale - è ricerca dell'artista e non viene con questo messa in mostra. Proprio così: rispetto alla tentazione di mettere in evidenza il metodo di lavoro o l'idea (cose che l'arte contemporanea ha scelto di evidenziare), la pittura di Cinzia Bevilacqua rimane legata alla pratica virtuosa della sprezzatura, arte, secondo Baldassarre Castiglione, della quale deve essere ben fornito il vero cortigiano e che, nel rinascimento, è stata raccolta come sfida dai maggiori artisti.

Non mostrare lo studio; non mostrare la fatica. La bellezza, l'arte è frutto sublime di una naturalezza che fiorisce dallo studio e dalla fatica ma non lo lascia vedere. Pare che cresca da sola e sia frutto di una genialità mitica. Ma, in realtà, si nutre di uno sforzo che si cela volentieri. Quasi sprezzanti. Come è quella sprezzatura di cui parla Castiglione. Ma è questa leggerezza che si ottiene nel lavorare celando che diventa inspiegabile quando il lavoro è finito e sembra quasi naturale anche all'artista che sia così e tutto assume la leggerezza del non detto e la volontà di penetrare in un mistero.

Per quanto possono valere i paragoni grandi e piccoli (e questo è fatto volontariamente anche nel gioco di rimandi con una memorabile foto di Picasso che Franca Lovino ha reinterpretato ritraendo Cinzia Bevilacqua) anche la pittura complicata e razionale di Picasso era per lui ricerca di un nesso con l'interiorità delle cose piuttosto che deroga al semplice vedere. E per lui diventava più facile (cioè studiato e faticato ma reso nella facilità del risultato) compiere quel salto verso il mondo del Cubismo e del contemporaneo invece che nascondersi nelle pieghe dell'arte accademica. Questo per indicare come sia la personalità dell'artista a decidere il suo modo espressivo e non le etichette; mentre oggi a dominare sono le etichette e le scuole (oltre ai critici e ai mercanti). Ma il criterio principe è proprio questo e non è abdicare alla figura o all'astrazione, ma capire il proprio modo di espressione che si traduce nell'andare a fondo su quel che si vede o che si crede di intuire dietro al visibile. Somigliante o non somigliante si dicono per i mestieranti; per l'artista ciò che conta è l'andare oltre anche mascherandosi dietro la realtà o, semmai, sconvolgendola. Ma essenziale è proprio questo non accontentarsi del dato ma 'acconciarlo' ovvero renderlo irripetibile nel suo vivere in quell'opera e non in un'altra.

L'arte del ritratto in Cinzia Bevilacqua ha questa marca come dato naturale (ma ho spiegato in  che senso): l'apparire del reale come modo per arrivare oltre. Il senso della scelta. Questo costringe a guardare i suoi dipinti trovandoci l'essenza. Più del naturale. Più del verosimile.