La forma del colore

11/06/2010
Da: La forma del colore
 
di Giuseppe Fusari

La libertà dell’artista, inaugurata con l’avvento dell’arte contemporanea, ha permesso una molteplicità di espressioni che nel passato sarebbe stata impensabile. Allo stesso tempo ha creato categorie espressive progressivamente irrigiditesi che tentano di schematizzare il rapporto con le cose e la loro rappresentazione sulla base della maggiore o minore aderenza al dato puramente visuale. Questa schematizzazione e con essa la riduzione del contenzioso tra astratto e figurativo ha spesso fatto perdere i rapporti sottili che intercorrono tra visione, figurazione e pensiero dell’artista. Si è talvolta misconosciuto il processo di ricerca sotteso ad opere figurative per riconoscerlo solo a quelle più propriamente astratte, dimenticando come il processo creativo è sempre (quando l’artista è tale) frutto di una scelta e di una disposizione delle cose che non corrisponde primariamente a quanto esiste ma obbedisce a un ordinamento messo in atto dall’artista. Lo si è riconosciuto persino per il procedimento fotografico, ma spesso ancora si cade nel tranello di considerare l’opera d’arte figurativa meno moderna di quella astratta, sentendola inficiata del retaggio di tradizione che ha caratterizzato la produzione d’arte della cultura occidentale fin dalla remota antichità. Si tratta di un preconcetto che intride la cultura anche italiana almeno dal secondo dopoguerra, diventando un vero e proprio ritornello dal quale, tuttavia, rimangono immuni i grandi protagonisti la cui poetica non è stata primariamente di contrapposizione a qualcosa ma di ricomprensione dei fatti culturali e artistici. Sforzo dell’artista, anche nella contemporaneità, in fondo, è quello di misurarsi con la realtà, sia essa visibile come invisibile, figurativa o astratta. Ma compito primario rimane questa dimensione poetica delle cose – talvolta di una poesia dolente, talvolta di frenetica appropriazione, talvolta ancora di distaccata contemplazione – dimensione che ha come compito quello di offrire una prospettiva ulteriore alla semplice visione delle cose o alla loro comprensione in senso prettamente scientifico. In questo senso l’arte non ha cambiato il suo compito: ha solo mutato le modalità di espressione. Ma l’esigenza rimane la stessa. Cinzia Bevilacqua nella sua carriera artistica non si è mai allontanata dal rapporto con la figura e con il dato sensibile. Eppure la sua pittura si è fatta con gli anni sempre più rarefatta, sempre più attenta a cogliere nelle cose quella dimensione che non è di semplice descrizione ma ne evidenzia quasi il dato perenne. La distanza che si crea nelle ultime opere della Bevilacqua tra quella che potrebbe essere l’esperienza sensibile delle cose e la loro trasposizione sulla tela è tutta racchiusa nella sua scelta poetica. Pian piano le cose, indagate pur nella perfezione del loro essere, smettono di essere cose per diventare (quasi in senso metafisico) forma del colore. In altri termini nei suoi dipinti l’artista riduce gli oggetti e le figure a ‘servitori’ del colore e, paradossalmente, il colore ha come unico veicolo per esistere e vivere l’apparire in quelle forme. Non per questo il dato poetico viene a mancare: anzi ne esce esaltato, purificato da tutto quanto si avverte ormai come disturbo. E’ una pittura sempre di più trattata sul registro del pianissimo, con un tocco che entra nelle cose senza disturbarle. E’ una pittura che vive della luce come modo per esprimere la forma che si sostanzia del colore. E’ una lunga meditazione sul rapporto tra il visibile e il suo senso. Un campo lungo che apre verso visioni ulteriori, talvolta malinconiche, che visitano stagioni e luoghi lontani. E che sembrano rispondere, con moto uguale e diversissimo, alle suggestioni impalpabili di Luporini e ai contorni mai spiegati della nostalgia.