La trasparenza ideale delle cose: ritratti di natura

Da: Ritratti di Natura di Cinzia Bevilacqua
 
di Giuseppe Fusari

Cinzia Bevilacqua non è una pittrice realista; è piuttosto una pittrice figurativa, e in questo è racchiuso tutto il suo modo di intendere e l’arte e il suo scopo. Non è realista perché non finge di imprigionare in visioni istantanee i suoi soggetti, ma piuttosto ne ostenta la scelta e la posa, così che l’atto primo della sua pittura non è ancora quello intellettualistico di pensare il soggetto e nemmeno quello successivo di fissarlo sulla tela, ma quello concretissimo dello scegliere il soggetto nella sua concretezza e di metterlo in posa perché entri a far parte di un discorso preciso che si articola - come i membri di una frase - disponendosi secondo criteri di importanza che solo l’artista in quanto ordinatore può permettersi di determinare. In questo senso la struttura — prima ancora del soggetto — viene a costituire il primo condensarsi del senso dell’opera d’arte e può assumersi la responsabilità di dare alle cose un sovrasenso, o un significato simbolico, che non abbisogna di oggetti diversi dalla realtà, facendo invece delle tracce della realtà disseminate sulla tela il percorso entro il quale inscrivere l’esperienza d’arte. Ci sono due limoni — ad esempio - che rimandano a Cezanne, nella sottigliezza con cui vengono indagati, quasi nullificati, fatti immateriali, pur mantenendo tutta la fisicità di cui necessita un ritratto. Due limoni in posa, sopra un tavolo, investiti di luce da una parte (anche se questa parte bene non si coglie, tanto invade la materia dei limoni e la sublima) e poi il fondo, di blu o verde, quasi indefinibile che cala sopra, come se non stesse in fondo, ma come fosse — invece — un velo, quello che copriva i due limoni, prima che la natura pittorica li ricreasse. Tutto diventa qui, però, essenzialmente franto, friabile, perfino, sciogliendosi nei grumi di una materia che non è più compatta — come in altre opere di Cinzia Bevilacqua — ma fremente, rabdomantica, se l’acqua che si cerca è quella che sta sotto, immediatamente sotto, alla banalità di ciò che si sceglie come protagonista della rappresentazione. Sono due limoni in posa come lo potrebbero essere due uccellini gialli, o due bimbe col vestitino corto, appena uscite di casa, una bella mattina di sole. Cinzia ne dipinse alcune, anni fa, di queste figure impregnate di luce e coi colori che trasudavano dalla tela, però ancora compatte, concentrate sul dettaglio. Invece qui, nei limoni, come poi in altre nature morte, prevale la forza del segno pittorico che - se fa rimpiangere nei suoi echi casoratiani quella stupenda composizione del ‘98 che è Natura morta con bottiglia, tutta attardata sulla tornitura dei volumi e sull’alta definizione degli oggetti - si impone con una forza così imperiosa da trasfigurare le cose, da trapassarne l’essenza per restituirle al nostro occhio, abituato a scordarsi gli oggetti più feriali, come cose nuove, private cioè della frequentazione troppo frettolosa (della consumazione), perché immerse in quello spazio — fatto di silenzio — che prende corpo dietro al tempo necessario per la contemplazione della fattualità e per la loro ri- creazione attraverso l’opera. E come, in passato, la natura morta aggiungeva alla bellezza della rappresentazione un sovrasenso teologico e criptico, così negli equilibrismi a cui Cinzia sottopone le sue forme naturali si nasconde un sottilissimo filo di sottintesi che si nutre di rimandi ad altro che non è — in questo caso — un’alterità teologica, ma una differenza che ricostruisce rapporti tra le cose (anche quelle non rappresentate) per mezzo della semplificazione delle forme alle quali il colore dà la parvenza di oggetti del quotidiano. E’ un’intercapedine che si crea grazie alla nullità del soggetto scelto, che non si impone — di sua natura — come importante; per questo la ri-creazione diviene essenziale e non può essere fotografica, ma piuttosto una paziente decostruzione (o scomposizione) della forma attraverso la mobilità del tratto pittorico che della forma restituisce il senso e non la semplice fattualità. E poi il velo (quello che sembra alzarsi sopra i limoni e ha in altre parti la consistenza pulviscolare, vibrante, di un indistinta lontananza), lo sfondo che serve a disvelare, ancora una volta, la forma delle cose perché ne dà la parvenza della consistenza, pur senza impegnarsi nella costruzione della scatola prospettica in cui far ambientare soggetti più impegnativi, più alti, più solenni...