Le Protagosiste

Da: Comedit Group
 
di Carlo Enrico Bazzani

....…...........amare e calarsi nella tradizione pittorica italiana per far rivivere attraverso l’arte della propria ‘dotta mano’ , la luce dei grandi del passato

Di Cinzia Bevilacqua, pittrice, si può dire, con le celebri parole attribuite a Igor Stravinsky, che “non rispetta la tradizione. L’ama”. Perché Cinzia ha il dono che - ricorrendo ancora alle citazioni - Giorgio Vasari chiamava “la dotta mano”. Cioè un sapere e un fare che nei tempi nostri trovano nella tradizione la ragione d’essere. Se il Manzoni sentì il bisogno di andar a Firenze per “sciacquare nell’Arno” la sua lingua, così la Bevilacqua ha voluto studiare nella città del Giglio per calarsi nella tradizione pittorica italiana più genuina, avendo per maestro Goffredo Trovarelli (fior di artisti, come Crivelli, Giampaolo Talani, Gabriele Kutze, Daniele Govi, Manlio Sgalambri hanno appreso le finissime tecniche pittoriche e del disegno) e per mentore nientemeno che quel Pietro Annigoni famoso nel mondo per i ritratti. Nata in un luglio alla metà degli anni ‘60 a Brescia, Cinzia Bevilacqua ha avuto il suo battesimo d’artista, inusitato quale “profeta in patria”, in Villa Glisenti di Villa Carcina, Brescia. Della sua arte si fregiano più luoghi sacri del contado bresciano, infatti. Come la Chiesa di SS. Emiliano e Tirso a Villa Carcina con le copie del “Crocifisso” del Cimabue, del “Figliol prodigo” di Rembrandt e della “Sacra Famiglia” del Pontormo, copie che hanno ripreso con fedeltà le tecniche e le tinte in uso all’epoca nelle botteghe di quei maestri. Come la chiesa di Valle a Lumezzane, con la vetrata rappresentante la “Crocifissione” o come la chiesa della Madonna del Rosario di Villa Carcina con quattro vetrate che ricordano la vita di Maria. Ha scritto in proposito il critico Roberto Armenia che “come le pitture delle catacombe avevano il compito di educare al bello i primi cristiani… così Cinzia Bevilacqua concorre a decorare i luoghi sacri di culto e a diffondere il messaggio cristiano e i grandi protagonisti della fede in Cristo…”. Non è certo per vanità che lo stesso Armenia riusa per i quadri di Cinzia uno dei versi più belli di Padre Davide Maria Turoldo: “Luce che denuda i corpi / luce che mette in particolare, lo deve giusto al Clero che ha creduto in loro e sostenuto il loro lavoro. Committenze che anche al giorno d’oggi sono il segno di una scelta che privilegia l’arte con la “A” maiuscola e non il valore mercantile dell’opera. Non è un caso dunque, né sono parole al vento quelle usate per Cinzia da avveduti cultori d’arte che la definiscono “pittrice di intensa poesia” per la sua “fresca vena narrativa, la vivacità descrittiva e, nei ritratti, una sensibilità introspettiva di affascinante profondità”. Nel suo bel volume “Le scelte di Sgarbi” (ed. Giorgio Mondatori), quel fine intenditore, ma anche provocatore per dote naturale, di Vittorio Sgarbi scrive che “quando lavora sulla figura umana, Bevilacqua sembra volere operare alla cattura non solo dell’umanità ma anche dell’anima del soggetto rappresentato” e “la materia pittorica si avvale di un soffio creativo” per concludere che “nel loro impatto visivo, le opere di Bevilacqua si impongono con l’autorevolezza di una lezione di stile”. Scrivevamo all’inizio del ricreare la tradizione nel vissuto di Cinzia. Del suo riproporre con molta umiltà copie di quadri famosissimi del passato remoto. E non solo. Difatti, altri vedono nei suoi dipinti rimembranze di Cezanne per esempio ne “I due limoni”; o di Casorati in “Natura morta con bottiglia”. Ma la pittura di Cinzia, che ha sperimentato anche il mondo delle fiamminghe Still leben (un genere figurativo intimista nato in Francia e diffuso poi nei Paesi Bassi, in Germania e in Italia a metà del seicento), fa pensare anche alle oniriche alchimie di un Magritte. Cavalletto in spalla, Cinzia come i pittori dell’ottocento ritrae dal vero, ma con il suo cuore relativizza la realtà evocando nelle sue pennellate misurate e limpide - come è stato scritto di lei - “la vita segreta delle forme”. “L’arte esiste nel momento in cui la riconosci”, rammenta il grande Goethe e dinanzi ad una natura morta di Bevilacqua, l’arte la si riconosce perché è come sentire un tuffo al cuore. Perché, come sostiene Giovanna Galli, attraverso il piccolo mondo di Cinzia Bevilacqua si accede “quasi in punta di piedi alla segreta dimensione di un universo interiore, fatto di emozioni, stati d’animo, sentimenti provati e vissuti”. Nell’artista Cinzia c’è – ha scritto Paolo Zauli – “il sapore morbido, vellutato del calore umano. La pennellata è fresca, la prospettiva è trasparente, non c’è silenzio nei suoi dipinti, ma serenità e gioia”. Valgono qui le parole scritte dal filosofo Theodor Adorno: “L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”. Si resta storditi, lo confessiamo, dinanzi a questa unanimità di consensi e sottolineature tutte lusinghiere che accompagnano le personali di Cinzia Bevilacqua. Di certo, e potremmo sottoscriverlo, non è contaminazione una pandemia elogiativa diffusa tra i critici, nel trovare parole così lusinghiere per le sue opere e la sua arte. E allora torniamo ad uno di essi che notoriamente non scodinzola dinanzi a un qualsiasi artista: Vittorio Sgarbi talvolta sgarbato, non solo nel nome, verso i tanti cialtroni che passano per artisti. L’assessore alla Cultura del Comune di Milano fa innanzi tutto una distinzione precisa tra artista e pittore. E Cinzia, a suo giudizio, è “pittore” a tutto campo (“vale certamente la pena utilizzare per lei il termine al maschile”, scrive). Individuando nella capacità di Cinzia di saper copiare alla perfezione “celebri capolavori” di Cimabue, Rembrandt, Pontormo, “maestri diversissimi l’uno dall’altro” con l’uso di tecniche compatibili con quelle antiche, il vero attestato di pittore a tutto tondo. Un attestato, precisa Sgarbi, che gli altri “in nome di un equivoco culto della propria creatività artistica”, invece rifiutano. In sostanza la tesi di Sgarbi, se l’abbiamo capita come si deve, è questa: dietro un abilissimo artigiano esiste una precisa personalità in grado di fare cose ben più nobili di una copia. E pittori veri si arriva ad esserlo con fatica , con applicazione, con l’umiltà di chi copia i grandi anteponendoli al proprio orgoglio di creare. Ci vuole dunque un mestiere per essere un pittore, soprattutto oggi che il mestiere, per un perverso modo di intenderlo, non è più segno distintivo dell’artista autentico. Cinzia Bevilacqua ha capito questa verità umana: che occorre essere ‘pittori’ prima di essere ‘artisti’, confrontandosi onestamente con tele e pennelli. Tutti i giorni, accanto e in aggiunta alle incombenze di moglie e madre, qual lei è. Che non sono poche, né trascurabili.