Ora Cinzia Bevilacqua si misura con Fusari

Da: Bresciaoggi
 
di Mauro Corradini

Quando un critico si misura con la pittrice attraverso la pittura, …. Sembrerebbe una storia impossibile; e tuttavia qualche volta riesce, con sorprese. Come quella in corso nello spazio di una galleria nuova (GALERIa è la sua sigla), che si trova in via Trieste, 68 a: sulle pareti Cinzia Bevilacqua, che conosciamo per diverse, recenti esposizioni, si confronta con Giuseppe Fusari, direttore del Museo Diocesano. Una relazione ad un tempo professionale e d’amicizia; una relazione da opposti ruoli, con un incontro nuovo; soprattutto per lo studioso che transita dagli studi all’operatività artistica. Su Cinzia tante cose sono state scritte e tante possiamo continuare a scrivere: ad iniziare dalla sua fedeltà alla verosimiglianza, la verità ad un dettato ortografico, fatto di sapienza, di giusti volumi, di equilibri compositivi; e se non sapessimo che ha compiuto l’Accademia a Firenze, la collocheremmo ugualmente in quell’universo che accetta la modernità solo se non contraddice la misura e il rigore della tradizione. E basterebbero le ciliegie cadute sul pavimento della cucina, ognuna dipinta, ognuna sferica, ognuna con una sua peculiarità e sfumatura di rosso, per comprendere la scelta dello sguardo e il bisogno dell’autrice: già, più vero del vero. Di contro, il critico sembra muoversi su differenti misure, in cui la verosimiglianza si sfrangia fino a scomparire; e quando si scende nella cantina (uno spazio splendido quello della galleria restaurata), attraverso i vizi capitali (si chiamano così, don Giuseppe?), il segno-disegno sfocia nell’informale, con cromie che trascrivono le emozioni nate dai vizi. All’inizio, Fusari ci viene incontro con segni, pieni di garbo e di ironia; traccia volti, figure, con tante memorie; e non potrebbe che essere così: se non ha memoria lo storico – critico d’arte, chi mai dovrebbe averla? Con l’attenzione (e ci serve come lezione interpretativa) che proprio nell’avvalersi della storia ma nel non fissarsi in essa, Fusari dichiara un’apertura intellettuale che non può che favorire il percorso critico. Perché la pittrice rimane sulla tela; il suo critico, ritorna, dopo le prove, alle altre parole che si dedicano ai segni altrui.