Primo Piano: Cinzia Bevilacqua

05/05/2014
Da: l'Eco delle Valli

 

Di: Alberto Donati

Entrare nel laboratorio di un artista è sempre una sorpresa, non sai mai cosa ti puoi trovare davanti:

ambienti disordinati, pennelli un po’ ovunque, barattoli di colore impilati su tavolini e sedie, pezzi

di tela sparsi per il pavimento, quadri accumulati alla pareti ecc…

In questa visita mi sono trovato in un laboratorio che definirei dal “disordine ordinato”, dove tutto

sembra essere nel posto giusto per garantire l’efficienza dell’attività dell’artista che mi ha accolto.

Non solo però: ho respirato un’aria di tranquilla ospitalità, che mi ha fatto sentire a mio agio.

La frizzante personalità di Cinzia Bevilacqua, nata a Brescia e che vive a Villa Carcina, si

rispecchia nel suo ambiente di lavoro e viene confermata durante l’interessante e cordiale intervista:

La mia prima domanda riguarda la tua formazione: dove hai studiato?

I primi studi li ho effettuati al Liceo artistico Vincenzo Foppa di Brescia, ma la scuola più

importante per la mia formazione è stata l’Accademia delle Belle Arti di Firenze sotto la guida del

prof. Goffredo Trovarelli, il mio mentore. Sono sempre stata una studente diligente e che studiava

molto… non ho mai dato da preoccuparsi ai miei genitori (ride). Inoltre ho frequentato per circa due

anni lo studio di Pietro Annigoni, autore di importantissimi ritratti, come quello della regina

Elisabetta II. Anche qui ho imparato moltissimo sulla pittura.

Quanto è stato importante il Professor Trovarelli nella tua crescita artistica?

È stato il mio mentore, la mia guida. Mi ha insegnato le tecniche pittoriche e l’essere artista, con il

suo spirito cordiale, rispettoso e umile. Una persona straordinaria. Ho imparato moltissimo da lui!

Non era solo un ottimo maestro, ma anche un grande artista, che però, a causa del suo carattere

riservato e la sua modestia, non si è mai concesso troppo al pubblico, ricevendo così meno applausi

di quelli che avrebbe meritato.

Ti ricordi la tua prima mostra personale?

Non posso dimenticarla. È stata nel 1988 alla galleria Ucai a Brescia. Il tema era quello della natura

morta, genere che ho appreso sempre dal professor Trovarelli. Fu una grande emozione per me!

Da quel momento hai sempre e solo fatto l’artista?

No. Ho partecipato e superato il concorso per l’insegnamento. Ho insegnato per circa sei anni

educazione artistica in diversi istituti di scuola superiore di I° grado. In seguito l’amore per la

pittura ha prevalso sull’insegnamento.

Durante la tua carriera, nella quale hai incontrato Philppe Daverio e poi collaborato con

personaggi come Vittorio Sgarbi, Giuseppe Fusari, Adriano Primo Baldi e Roberto Armenia,

quando è stato il momento in cui hai veramente capito che potevi fare bene con la pittura

figurativa, in un periodo dove l’astratto andava per la maggiore?

Sicuramente nella mostra “Ritratti di natura” del 2003, curata dal mio caro amico don Giuseppe

Fusari, con la partecipazione di Vittorio Sgarbi. È stata un’iniezione di autostima incredibile! In

qual momento ho capito che la pittura figurativa poteva e può ancora dire la sua, trasmettendo forti

emozioni a chi la guarda.

Ovviamente non posso dimenticare Adriano Primo Baldi, Roberto Armenia e don Giuseppe Fusari,

grazie ai quali ho potuto conoscere molte persone del mondo della cultura, ma che soprattutto mi

hanno aiutato a crescere professionalmente.

E se ti chiedessi le più grandi soddisfazioni professionali durante la tua carriera?

Ne ho avute veramente tantissime (si ferma a pensare)…però quelle che in questo momento ricordo

sono due: quando nel 2006 i ritratti delle mie tre figlie sono stati esposti nel salone dei Cinquecento

a Palazzo Vecchio a Firenze, dove sono stata premiata per il concorso del “Fiorino d’oro”, e quando

venni selezionata nel 2007 per la collana “Le protagoniste-Le donne che fanno l’Italia”, voluta dalla

Comunità Europea.

Come spiegheresti la poetica delle tue opere?

Per prima cosa, non invento niente, prendo tutto dalla realtà, sia nei ritratti, sia nelle nature morte.

In quest’ultime, compongo la frutta in modo da cogliere la luce e le ombre, tramite un particolare

uso del colore. La mia pittura non vuole mai essere inquietante, ma ha come obbiettivo quello di

trasmettere un senso positivo e un valore formale immediato. Si tratta di una pittura sofisticata solo

dal punto di vista tecnico.

Qual è lo scopo dell’arte per te?

È una domanda complicata. Per rispondere uso una frase, che mi piace molto e che reputo

verissima, dello scrittore Henry Miller: “L’arte non insegna nulla, salva il significato della vita”.

Hai già dei progetti per il futuro?

Certo! Ho già deciso il tema della mia prossima mostra…non lo dico ancora per scaramanzia, ma

mi devo mettere al lavoro al più presto. Poi ho un altro progetto in collaborazione con la Comunità

montana per l’Expo 2015, dal titolo “La fucina di vulcano”. Inoltre il 6 giugno parteciperò alla

Triennale, presso la Sapienza di Roma, presentata dal critico d’arte Achille Bonito Oliva.

La pittura di Cinzia Bevilacqua viene caratterizzata dalla ricerca di qualcosa di più profondo che la

mera impressione estetica, come nei ritratti, dove il carattere della persona raffigurata emerge

attraverso le pennellate dense, veloci, virtuosistiche impresse dall’artista nel momento della

“lettura” di ciò che le sta di fronte. Nelle opere si trovano tutte le sensazioni della pittrice,

imprescindibili per una studiata composizione che vuole porre l’attenzione solo su determinati

elementi. Infatti l’arte di Cinzia non è mai dispersiva, mai di difficile comprensione, ma solo

rappresentatrice di vita quotidiana, presentata, certo, con un invisibile velo poetico, che le dona una

lirica raffinatezza. I ritratti, nella loro somiglianza al reale, non sono algidi, freddi, impersonali, ma

anzi trasmettono una forte partecipazione emotiva che mostra l’umanità sia dell’artista, che del

soggetto dipinto. La qualità più significativa che però vedo nella Bevilacqua è la naturalezza che i

suoi lavori emanano: non ci sono forzature o aggiustamenti, tutto avviene grazie ad un’abilità

innata, che la pone tra i migliori ritrattisti contemporanei. Non c’è fatica nell’ideazione, ma solo

nell’esecuzione tecnica di altissimo livello, anche se Cinzia, nel risultato finale, riesce a non darne

minima traccia. È questa la potentissima arma della sua arte.

Le meravigliose nature morte, nel loro poetico disordine (ovviamente voluto), sembrano invece

sospese in un magico istante di un mondo onirico. Vengono sì dipinte dalla realtà, ma mostrano

sicuramente un’altra dimensione, un significato più profondo, creando, in certi casi, un’atmosfera

quasi metafisica, nella quale si riesce a percepire un altro dato sensoriale, ovvero il suono, o per

meglio dire il silenzio, che abbraccia l’intera composizione.

L’elemento che però sostanzia l’arte della Bevilacqua è senza dubbio il colore: esso dona un’anima

alle figure dipinte, ma anche alle mele, ciliegie, pesche che compongono le bellissime nature morte.

Colore, forma e luce, traendo forza uno dall’altro, sono gli elementi responsabili della magia

sensoriale emanata dalle opere dell’artista bresciana.

Niente è difficile o complicato nella sua pittura, tutto è invece semplice, chiaro e raffinato, ma

soprattutto mai banale, grazie a quello straordinario naturalismo moderno e sensibile.

Una cosa è certa: la solare e brillante personalità di Cinzia Bevilacqua viene rispecchiata in pieno

nei suoi straordinari lavori.